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LA NUOVA
SOCIALITA' DEI FUMETTI
Le mutazioni
nascoste nelle community
di Eleonora Bucci
Nel
clima di crisi editoriale che accompagna la filiera del libro, le
trasformazioni dei vari generi letterari appaiono senz’altro
inevitabili, ormai quasi scontate: è stato più volte sottolineato dagli
addetti ai lavori quanto i nuovi mezzi e metodi di comunicazione abbiano
stravolto l’intero meccanismo di produzione e distribuzione dei prodotti
editoriali; dagli editori, ai grafici, agli autori, tutti devono fare i
conti con i nuovi supporti e con il grande pubblico, potenzialmente
mondiale, di internet. Ci si chiede se davvero si possa parlare di crisi
o se sia sostanzialmente il travagliato periodo di confusione che
comunemente accompagna ogni fase di cambiamento. È sembrato
interessante, in questa sede, analizzare uno dei generi letterari che,
in controtendenza alla crisi del cartaceo e degli edicolanti, ha
ampliato notevolmente pubblico e forme espressive negli ultimi anni: il
fumetto.
Le origini
del fumetto sono discusse e strettamente correlate con le definizioni di
“fumetto” stesso. Se si intende il fumetto in maniera semplicistica,
come fusione tra disegno e testo scritto o sequenze di immagini in forma
didascalica, è facile rintracciare gli antecedenti nell’Antichità, dai
geroglifici egizi alle miniature medievali e rinascimentali; ma,
ufficialmente, la data della nascita del genere fumetto coincide con la
pubblicazione di Outcault,
sul New York Journal, del suo Yellow Kid, il 5 maggio 1895, con
la comparsa dell’iconica nuvoletta per rappresentarne i dialoghi.
Secondo Guido Michelone, di fatto, la nascita del fumetto deve essere
ricondotta alla sua “natura mediologica”,
alla sua capacità di esprimere i mutamenti sociali della civiltà e di
influenzarla a sua volta. E infatti il target dei fumetti è ambiguo, per
svariati motivi potenzialmente universale ed eterogeneo, in particolare
per via dell’immediatezza ed elasticità che contraddistingue il genere.
Queste possibilità, con l’introduzione di nuovi media e supporti, sono
drasticamente aumentate, moltiplicando così non solo le opportunità
degli autori – che hanno a portata di click il vantaggio di poter
divulgare (pubblicamente e gratuitamente) le loro creazioni, anche solo
per passatempo– ma massimizzando anche i lettori ed in particolare i
feedback di ritorno. Assodato dunque che la cultura e i fumetti
suggestionino la società, ci si chiede allora quanto, in un contesto
“popolare” come quello dei social, ne rimanga influenzato a sua volta il
fumetto stesso. Come affermato in precedenza, è universale il dibattito
(o meglio, l’evidenza) intorno al quanto e come il web abbia stravolto
il mondo editoriale in toto; meno evidente è invece quanto i nuovi
media, ed i social in particolare, stiano condizionando la produzione –
sia negli stili che nei contenuti – delle opere stesse.
Se “Il
cambiamento della natura del medium determina anche una
trasformazione dell’orizzonte d’attesa, delle modalità e del processo
psicologico della ricezione”,
quanto i like ed i commenti quotidiani influiscono sui processi
psicologici e creativi degli artisti? Quali sono le reazioni stilistiche
e grafiche che li accompagnano? Secondo il fumettista Mario Gomboli, ad
esempio, internet ha influito più lentamente sulla creazione materiale
dei fumetti e quindi dei disegni in sé, ma ha certamente provocato una
modifica dei contenuti e, in effetti, è solo da forse un decennio che
gli artisti hanno iniziato a guardare ai supporti elettronici (Cintiq e
tavolette da disegno) come un mezzo effettivamente efficace e non una
stregoneria del futuro. Però vi è ancora – e si spera ci sarà sempre –
chi non sostituirebbe la sensazione della filigrana del foglio a
contatto con il palmo della per nulla al mondo (o per quanto una
tavoletta grafica moderna cerchi di riprodurne l’effetto). Anche questo
è un dibattito artistico acceso
e nel quale, da non addetta ai lavori, è difficile addentrarsi, ma è
interessante sottolineare come, grazie a questi nuovi supporti digitali,
chiunque possa dedicarsi al disegno, in maniera facile e plausibilmente
professionale, senza limiti di spazio, colori o di altro tipo, a parte
la propria immaginazione: è dunque evidente il perché le differenze per
il successo si giochino ormai quasi completamente sui contenuti.
In generale
ci sono tre tipi di Web Comics, o meglio, tre modalità di
rappresentazione: la strip americana, la forma in scrolling (a
papiro) e le animazioni. Nei social è sicuramente la prima ad avere più
successo: un’immagine dinamica, accattivante, spesso tavole senza bordi
(splash pages) che catturano immediatamente l’attenzione del
lettore. Le animazioni invece, integrando appunto degli elementi animati
– che siano audio, scorrimenti di immagini o parole – non sono da tutti
considerati a pieno titolo nella categoria fumetti, ma visti piuttosto
come un ibrido in evoluzione o addirittura l’epilogo futuro ed
inevitabile del genere. In effetti il cambiamento dai Topolino e Dylan
Dog, letti nell’infanzia, ai nuovi web comics seguiti nei social,
appare sempre più netto sia ai lettori occasionali del genere, sia agli
addetti ai lavori: non a caso il direttore e giornalista Giorgio Viaro,
afferma che si potrebbe cominciare a parlare di “Social Comic”
(fumetto da social), in particolare per quanto riguarda l’offerta
autobiografica.
È proprio
sull’autobiografia e sui dialoghi ad alto grado di soggettività ed
emotività che sembrano poggiare i più influenti
fumetti della nuova generazione: una chiara e personale rappresentazione
del proprio mondo, con il proprio punto di vista che, giusto o sbagliato
che sia, avrà il suo pubblico eticamente/moralmente/politicamente in
linea con le vignette fino a quel momento pubblicate.
Il mondo
reale entra prepotentemente nel mondo comics, in un universo fino
ad ora alimentato da grandi supereroi, realtà utopiche e fantastiche. I
motivi, a personale avviso, potrebbero essere diversi: forse il fumetto
non è più considerato solo un’evasione infantile, un distacco momentaneo
dalla realtà, ma diventa molto spesso uno strumento per affrontarla ed
esorcizzarla, per immedesimarsi e non sentirsi soli con le proprie
angosce ed emozioni; forse, come per la crisi post moderna degli autori
letterari, il mondo esplorabile sconosciuto è finito e non c’è più un
altrove misterioso a cui gli autori possono guardare per creare eroi e
mostri da combattere; o forse, in una visione molto più cinica, parlare
degli eventi quotidiani con i giusti hashtag aumenta
drasticamente le possibilità di visione e condivisione dei contenuti.
Contrariamente al passato, quando raggiungere il proprio idolo era
difficile ed ignorare un fan o un hater molto più semplice, oggi
un autore che gode di notorietà sul web è potenzialmente bombardato da
migliaia di messaggi privati, commenti, like ed e-mail, con i quali deve
inevitabilmente fare i conti se vuole continuare ad aumentare (o anche
solo mantenere) il suo seguito. È evidente che ad essere completamente
mutato è il rapporto tra autori e lettori, trasformandosi di fatto in un
“rapporto orizzontale”:
da un lato gli autori hanno riscontri costanti sulle loro opere e
possono modificarle o adattarle per testarne il successo sul grande
pubblico; dall’altro sono diventati sempre più dei personaggi pubblici e
quindi costantemente (ed inevitabilmente) sottoposti e condizionati da
giudizi, critiche o elogi che siano; tutti fattori che potrebbero minare
una delle prerogative fondamentali e sempre valide per gli artisti,
ovvero dare al pubblico ciò che non si aspetta.
Decidere la fisionomia di un personaggio o il tema del prossimo libro
attraverso un sondaggio in una storia di instagram oppure
autocensurarsi in corso d’opera per i commenti di oppositori, sempre
meno spesso del settore, è davvero funzionale alla sintesi e,
soprattutto, alla progressione artistica? O tende piuttosto a
spersonalizzare l’unicità autoriale in cambio del successo “sociale” e
di marketing (e, di conseguenza, economico)? Quanto un autore è disposto
a cambiare e fare compromessi pur di acquisire notorietà? Sembra
configurarsi un’idea di arte sempre più collettiva oltre che
controllata, e non più unicamente dalla censura, ma dal grande pubblico
online che sta diventando giudice e boia, potendo determinare il
successo o la disfatta totale di un testo ancor prima che venga
pubblicato. È certo che, come è sempre stato, sono gli autori a decidere
quanto scendere a compromessi con la propria arte (con le case editrici,
con le mode correnti…), ma il grado di pressione mediatica a cui sono
sottoposti nell’era moderna è di gran lunga maggiore e perciò non più
trascurabile.
Questa
dinamica si attiva soprattutto perché, pur essendo in un periodo florido
per quanto riguarda il pubblico e le forme espressive, gli autori di
fumetti e non – e gli editori insieme a loro – devono fronteggiare la
“crisi dell’editoria” e tutto ciò che ne deriva, crisi economica
compresa. Per gli autori di fumetti la condizione economica rappresenta
il principale (se non l’unico) motivo di insoddisfazione:
passano praticamente tutte le loro giornate a lavorare, disegnando o
postando, per ricavarne poco o niente. Oltre al merchandising (gadget,
stampe, vestiti…) le entrate più sostanziose continuano a derivare dalla
possibilità di ingaggio da parte di una casa editrice, e dunque dagli
introiti di cartaceo o e-book: un ciclo che comunque riporta i fumetti
social ad una dimensione tradizionale.
Appare difficile che, come molti hanno supposto per il futuro, che i
web comics causeranno la definitiva disfatta dei fumetti in cartaceo
(per lo meno in tempi brevi), ma è al contrario evidente che ci saranno
sempre gli appassionati del genere o i cultori del bello che non si
accontenteranno di avere il loro fumetto preferito in digitale; che
vorranno toccarlo con mano o esporlo nella propria libreria. Inoltre gli
artisti, dovendo far fronte ad un pubblico che può accedere
gratuitamente ai suoi fumetti tutto il giorno, sarà in un certo senso
costretto a produrre edizioni il più curate e complete possibile, in
modo da dare ai lettori online un motivo concreto per bramare e
finanziare la sua arte col cartaceo.
Dai dati
Istat del gennaio 2021 risulta infatti che il 77,2% dei lettori legge
solo libri cartacei, il 7,9% solo e-book o libri on line.
È chiaro dunque che la soluzione risiede nell’innovazione e
nell’adattamento – e non stravolgimento – dei sistemi, come affermato
già un decennio fa, poiché «la questione centrale che si pone agli
editori è quella di coniugare la valorizzazione dei mezzi tradizionali –
che rappresentano tuttora il 95 per cento del fatturato delle loro
imprese – con la capacità di trarre dai new media ricavi sufficienti a
rimunerare gli elevati costi di produzione e, in prospettiva, a
compensare la declinante redditività dei prodotti cartacei».
Molti, a ragione, hanno fatto notare che il mondo dei fumetti sta
subendo ciò che subì con dieci anni di anticipo (e che può probabilmente
considerarsi superato) il mondo della musica e delle case discografiche
con la diffusione del digitale, facendo notare come i guadagni – in
termini di pubblicità e di introiti, non siano affatto diminuiti, anzi,
tutto il contrario.
Per
questo settore, inoltre, le case editrici sono in un certo senso
avvantaggiate, poiché l’indagine di mercato è praticamente gratuita,
senza spese da parte dell’investitore, che può praticarla anche
personalmente, scorrendo i profili social dei potenziali autori e le
reazioni (like, views, commenti, condivisioni) ai loro
lavori online.
La
speranza è che gli autori siano sempre meno costretti a ricorrere a
crowdfounding o a siti online di mecenatismo per riuscire a vivere
della loro arte; siti interessanti senza dubbio, in cui, per essere
finanziati mensilmente dai propri sostenitori, gli artisti offrono loro
prerogative (disegni personalizzati, dirette in anteprima…) e spronano
quelli alle prime armi a dedicarsi completamente al loro lavoro dei
sogni; ma, anche in questo caso, è facile supporre che egli venga
condizionato dai suoi fruitori (che sono anche i suoi finanziatori) e
che questo possa incidere sulla sua arte. È inevitabile, ad esempio, che
un artista che voglia modificare il proprio stile, il tratto o la
tavolozza di colori, si chieda – più volte di quanto se lo chiederebbe
in ogni caso – se sia una buona idea fare dei cambiamenti o se così non
rischierebbe di far fronte alla perdita di fan paganti mensilmente.
In
conclusione, il rapporto tra i nuovi social e forme di rappresentazione
dei fumetti è in costante evoluzione, ma non sembra sarà questa
connessione a causare la fine del genere, anzi, le statistiche
dimostrano tutt’altro. I nuovi supporti elettronici di realizzazione dei
disegni sono efficaci – apprezzati o disdegnati per caratteristiche del
tutto soggettive e non tanto per quelle qualitative – e le possibilità
di guadagnare con la propria arte sono aumentate (almeno per quanto
riguarda le possibilità di farsi conoscere) tanto quanto quelle di una
casa editrice di scommettere su un artista e pubblicizzare il suo lavoro
riducendo al minimo le possibilità di perdita. Il problema risiede
piuttosto nell’analisi futura e nel monitoraggio del rapporto tra
artisti-opere-lettori, una triade che appare sempre più intrecciata: un
cane che tende a mordersi la coda, in cui i lettori influenzano
direttamente e spesso anche concretamente (come per l’esempio delle
scelte attraverso le storie instagram) le opere con le quali gli
autori diventano influenti, in un circolo che rischia facilmente di
diventare vizioso e, soprattutto, di azzerare completamente la
connessione tra arte ed eccezionalità.
Ciò
che più preme, in questa fase di passaggio fatta di ibridi e
non-definizioni, è evidenziare il problema e fornire spunti di
riflessione per monitorarlo, o per comprendere fino a che punto sia
davvero da considerare tale e nel caso, analizzare le possibili
conseguenze.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Dariel Oren, Fumetti Verticali – Dall’edicola alla
rete, documentario autoprodotto in memoria dell’amico e fumettista
Federico Memola. https://youtu.be/cEBPhVETvCk
http://www.edueda.net/index.php?title=Mediologia&oldid=105938)
http://www.studiculturali.it/dizionario/lemmi/mediologia.html
https://www.istat.it/it/archivio/252381
https://www.mefu.it/indagine/
https://www.treccani.it/enciclopedia/richard-felton-outcault/
Malinconico Castriota Scanderbeg, WAN-IFRA Italia 2010 -
XIII edizione - “Innovazione e tradizione: quale futuro per la stampa
quotidiana?”
Eleonora Bucci
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